Nel turismo manca visione e governance
Il turismo in italia è al centro di una trasformazione silenziosa ma profonda. Dopo decenni dominati dal turismo di massa, il settore si sta spostando — non senza contraddizioni — verso un modello che privilegia la domanda internazionale e alto-spendente. Questo passaggio, tuttavia, non è stato guidato da una visione strategica chiara, ma piuttosto da una somma di scelte estemporanee, cambiamenti strutturali nel mercato e pressioni esterne, economiche e ambientali.
Il risultato è un sistema che appare oggi frammentato, instabile e, soprattutto, impreparato a gestire questa nuova fase. L’Italia rimane una delle destinazioni più ambite al mondo, ma fatica a governare i flussi, a distribuire equamente i benefici economici del turismo, e a garantire sostenibilità sociale e ambientale.
Crisi delle località balneari, tenuta delle città d’arte e mete alternative in crescita
La stagione turistica 2025 ha messo in luce i profondi squilibri che attraversano il comparto. In molte località balneari, i dati sulle presenze sono in calo netto rispetto agli anni precedenti. Spiagge semi-deserte, stabilimenti balneari con file di lettini vuoti e strutture ricettive che faticano a raggiungere il tutto esaurito anche ad agosto: sono immagini che raccontano una crisi silenziosa, ma significativa.
In contrasto, le città d’arte continuano a registrare flussi elevati, al punto da sfiorare o superare la saturazione. Venezia, Firenze, Roma e Milano rappresentano ancora una volta il cuore dell’overtourism italiano. Ma anche mete più piccole, come i borghi sulle Dolomiti o i centri lacustri del Nord Italia, sono ormai parte di circuiti turistici sovraffollati durante l’alta stagione.
Questa polarizzazione mette in discussione la narrazione rassicurante del “turismo che riparte” e solleva interrogativi seri sulla capacità del sistema di adattarsi. Il cambiamento climatico contribuisce ulteriormente a ridisegnare le geografie turistiche: l’afa e le temperature estreme penalizzano le coste, mentre la montagna e i laghi emergono come rifugi climatici e destinazioni sempre più richieste.
Nuovi comportamenti di consumo e riduzione della domanda interna
Un altro elemento che contribuisce all’instabilità del settore è il cambiamento nei comportamenti dei viaggiatori, in particolare sul mercato interno. La crescente difficoltà economica, aggravata dall’inflazione e dalla stagnazione dei salari, sta spingendo molti italiani a rivedere le proprie abitudini di vacanza.
I soggiorni si accorciano, i budget si riducono, si preferiscono soluzioni last minute o di breve durata. Sempre più spesso si viaggia solo nel weekend, concentrando i flussi in pochi giorni e lasciando vuoti durante la settimana. Questo andamento ciclico genera gravi difficoltà per le imprese turistiche, che devono far fronte a costi fissi elevati e a una domanda altamente instabile.
Nel contempo, il turista alto-spendente, proveniente da mercati esteri, diventa il target privilegiato. Tuttavia, puntare unicamente su questa fascia rischia di generare un turismo esclusivo e sbilanciato, inaccessibile per molte fasce della popolazione e potenzialmente insostenibile per i territori.
Il nodo centrale: una governance frammentata e inefficace
La vera fragilità del sistema turistico italiano, però, risiede nella sua mancanza di governance. La gestione del turismo è attualmente distribuita tra una molteplicità di attori istituzionali: Comuni, Regioni, DMO (Destination Management Organization) e il Ministero del Turismo operano spesso in modo scollegato, con visioni e obiettivi divergenti.
Questa frammentazione impedisce di costruire politiche coerenti e integrate. I progetti si moltiplicano a livello locale, ma raramente si connettono in una visione d’insieme. Le risorse vengono disperse, le campagne di promozione rischiano di sovrapporsi o addirittura di entrare in conflitto, e manca un monitoraggio sistematico dei flussi e degli impatti.
Anche il tentativo di introdurre la figura del Destination Manager, pensata per connettere pubblico e privato e per governare l’identità turistica di un territorio, resta spesso limitato a pochi casi virtuosi. Mancano strumenti, competenze trasversali e soprattutto una regia nazionale capace di costruire un modello replicabile su scala Paese.
Turismo concentrato, benefici distribuiti in modo iniquo
Il turismo continua a essere uno dei principali motori economici italiani, ma i suoi benefici sono distribuiti in maniera profondamente diseguale. Secondo i dati di Federturismo e ISTAT, circa il 75% del turismo si concentra in appena il 4% del territorio nazionale.
Venezia è l’emblema di questo squilibrio: 6,5 milioni di arrivi registrati nel 2022, pari al 12% del totale nazionale, su una superficie che rappresenta solo lo 0,1% del Paese. Questo livello di pressione, oltre a creare disagi per i residenti e problemi ambientali, riduce il valore dell’esperienza turistica stessa e pone un freno alla sostenibilità complessiva del sistema.
Nel frattempo, centinaia di borghi, aree interne e località con potenziale attrattivo restano ai margini dei flussi principali, penalizzate da infrastrutture carenti, scarsa promozione e mancanza di reti territoriali.
Sostenibilità: parola chiave, ma ancora senza concretezza
Il concetto di turismo sostenibile è ormai onnipresente nei documenti strategici e nei piani regionali, ma nella pratica resta spesso un’etichetta vuota. Manca una reale pianificazione basata su dati, strumenti per misurare gli impatti, e soprattutto un coinvolgimento strutturato delle comunità locali.
La sostenibilità non può essere ridotta a regolamenti o limitazioni. Richiede una visione sistemica che tenga insieme tutela del territorio, qualità della vita dei residenti e crescita economica. Le destinazioni che riescono a coniugare questi elementi non sono necessariamente quelle più famose, ma quelle che hanno fatto scelte chiare e coerenti, investendo su qualità, autenticità e partecipazione locale.
Il rischio di una frattura tra turismo e comunità
In assenza di una gestione consapevole e coordinata, il turismo rischia di generare forme crescenti di tensione socialeall’interno delle destinazioni. In molte città italiane, la pressione esercitata dai flussi turistici, soprattutto nei periodi di alta stagione, sta alimentando una reazione difensiva da parte delle comunità locali, sempre più insofferenti rispetto agli effetti collaterali di un turismo mal distribuito e poco regolato.
Si sta così consolidando una narrazione in cui il turismo viene percepito non più come risorsa condivisa, ma come elemento di disturbo, fonte di disagi quotidiani, aumento del costo della vita, consumo dello spazio pubblico e perdita di identità. Ma il problema non sono i turisti in sé. Il vero nodo è la mancanza di strumenti e politiche adeguate per gestire l’impatto della presenza turistica, sia a livello urbano che ambientale.
Una destinazione è realmente sostenibile quando riesce a mantenere in equilibrio le esigenze dei visitatori e il benessere di chi la vive ogni giorno. Se i residenti non si riconoscono nel racconto della propria città, se non partecipano alla costruzione dell’offerta turistica, se percepiscono di non trarne alcun beneficio, allora quel luogo perde autenticità e smette di essere attrattivo anche per chi arriva da fuori.
Verso un nuovo modello: sistemico, integrato, umano
Il futuro del turismo italiano dipenderà dalla capacità di costruire un modello nuovo, fondato su visione strategica, integrazione tra livelli istituzionali e qualità dell’offerta. Serve un cambio di paradigma che superi la logica dell’improvvisazione e della quantità a tutti i costi, per puntare su equilibrio, autenticità e valore generato.
Non è sufficiente attrarre visitatori. Occorre creare le condizioni perché il turismo produca ricchezza sostenibile, lavoro stabile, tutela del patrimonio e benessere diffuso. E questo può avvenire solo attraverso un sistema in cui pubblico, privato e comunità agiscano in modo sinergico, con regole chiare, obiettivi comuni e strumenti adeguati.
Il turismo, se ben governato, è una leva di sviluppo straordinaria. Ma se lasciato all’approssimazione, rischia di diventare instabile, inefficace e socialmente divisivo.
Oggi l’Italia ha davanti a sé un bivio: continuare a rincorrere i flussi, oppure guidarli con consapevolezza e lungimiranza. La prima strada porta alla fragilità, la seconda alla competitività.
Scegliere non è più un’opzione. È una responsabilità.



