Caseoturismo, Olioturismo ed Enoturismo: trasformare le aziende agricole in esperienze da vivere
Giulia Del Cappellano è consulente strategica nel settore agroalimentare e dell’ospitalità. Con il progetto “I Luoghi del Buon Cibo”, trasforma aziende agricole italiane in mete del turismo enogastronomico, valorizzando prodotti, territorio e tradizione attraverso esperienze autentiche e coinvolgenti.
In un mercato in continua evoluzione, in cui il turista diventa viaggiatore e il prodotto si trasforma in esperienza, abbiamo chiesto a Giulia di raccontarci le sfide, le opportunità e le tendenze che guidano oggi il turismo del gusto.
Chi è oggi Giulia Del Cappellano? Ci parli di lei.
Sono una consulente agroalimentare che lavora accanto a caseifici, cantine, frantoi e a tutte le realtà che compongono il mosaico produttivo italiano. Affianco le aziende nel passaggio da semplici luoghi di produzione a spazi culturali capaci di accogliere, raccontare e valorizzare ciò che fanno ogni giorno.
Il mio lavoro unisce strategia, accoglienza, comunicazione e cultura del gusto: aiuto chi produce qualità a trasformarla in esperienza, in identità e in destinazione.
Ho fondato I Luoghi del Buon Cibo® per una ragione semplice: in Italia esistono produttori straordinari, ma spesso mancano tempo, strumenti e visione per comunicarne davvero il valore. Il mio ruolo è colmare questo spazio, senza snaturare il mestiere agricolo.
Vengo da una famiglia di tradizione alimentare veneta, ho studiato economia e beni culturali, mi sono formata nel turismo enogastronomico e sono assaggiatrice ONAF. Oggi porto questo bagaglio dentro ogni progetto.
Il mio obiettivo è costruire esperienze che permettano al viaggiatore di capire cosa c’è dietro un prodotto: non una semplice visita e neppure una degustazione, ma un incontro autentico con chi lo fa nascere.
Non esistono più turisti ma viaggiatori. Non esiste più il prodotto ma l’esperienza. Cosa sta cambiando nel mercato?
La transizione è chiara: si viaggia per capire, non per consumare.
Il visitatore vuole vedere chi produce, come produce e perché lo fa. Vuole sentire i territori, non solo attraversarli.
Questo cambia radicalmente il ruolo delle aziende agricole: non sono più “fornitrici di prodotto”, ma luoghi culturali.
Chi accoglie deve formarsi, strutturarsi, raccontare con autenticità. Non bastano un tavolo e qualche assaggio: l’esperienza deve svelare processi, gesti, responsabilità e scelte tecniche.
Caseoturismo, Olioturismo, Enoturismo: siamo davvero il Paese del cibo o qualcosa sta cambiando?
Siamo il Paese del cibo quando riusciamo a raccontarne la complessità.
Il rischio è vivere di rendita: credere che basti avere una DOP o un paesaggio iconico.
Il cambiamento è questo: oggi il valore non sta solo nel prodotto, ma nella cultura agricola che esprime. L’Italia ha tutte le carte per guidare il turismo enogastronomico mondiale, ma servono formazione, accoglienza adeguata, narrazione consapevole e investimenti su chi produce davvero qualità.
Nell’oleoturismo, che trend stanno prendendo forma?
Tre tendenze sono già evidenti:
– Esperienze tecniche: degustazioni guidate da professionisti, focus su cultivar, difetti, profili aromatici.
– Paesaggio come valore: gli oliveti diventano luoghi di didattica, meditazione, eventi culturali.
– Nuovi pubblici: il mercato internazionale cerca formazione sull’olio come simbolo dello stile di vita mediterraneo.
L’oleoturismo non è una moda: è una nuova grammatica culturale.
Gli operatori dell’olio oggi puntano anche all’arte del blending. Cosa fa davvero la differenza?
La differenza la fa la coerenza.
Un blend è un gesto tecnico: dietro ci sono analisi sensoriali, conoscenza delle cultivar, stabilità, identità del territorio.
Le aziende che funzionano sono quelle che uniscono tecnica e trasparenza, senza cadere nell’estetica del racconto. Il viaggiatore premia chi mostra il lavoro, non chi lo abbellisce.
Oleoturismo, burocrazia e formazione: cosa sta accadendo davvero?
La burocrazia rallenta, la formazione divide.
Molte aziende sono pronte, ma mancano strumenti operativi chiari. E spesso chi produce olio non ha il tempo di seguire norme, regole, manuali.
Il risultato è che chi ha qualità rischia di non riuscire a comunicarla.
Noi lavoriamo proprio dove si crea il blocco: strutturiamo accoglienza, vendite, percorsi sensoriali e formazione di base per permettere alle aziende di essere sostenibili nel lungo periodo.
Il turismo caseario è in forte crescita. A cosa è dovuto il successo?
A una verità semplice: il formaggio è un mondo.
Il latte cambia con stagione, razza, alimentazione, altitudine. È un prodotto vivo.
Il viaggiatore percepisce questa ricchezza e vuole capire come nasce.
Caseifici, malghe e alpeggi sono luoghi dove la cultura agricola è ancora visibile. E in un’epoca di cibo industriale, vedere un casaro all’opera è un’esperienza rara e potentissima.
Cosa fa davvero la differenza per un caseificio?
Tre elementi:
– Qualità tecnica: latte, benessere animale, metodo.
– Accoglienza formata: guidare una degustazione è un lavoro.
– Narrazione professionale: evitare folklore e semplificazioni, raccontare la realtà del mestiere.
I caseifici che crescono sono quelli contemporanei senza snaturarsi.
DOP e IGP: a che punto siamo e quali prodotti faticano ad affermarsi?
Il sistema dei marchi funziona quando c’è cultura del gusto.
In Italia c’è ancora poca educazione sensoriale: molti consumatori non distinguono differenze produttive reali.
Faticano ad affermarsi i prodotti “minori”, eccellenti ma con poche risorse di comunicazione o territori poco conosciuti.
Il futuro è nella micro-identità: piccole produzioni che spiegano bene il proprio valore.
Il turismo caseario può far rinascere borghi e campagne abbandonate?
Sì, se lo si progetta.
Caseifici, malghe e aziende agricole possono diventare poli culturali con accoglienza, formazione ed eventi.
Serve una rete tra produttori, amministrazioni, professionisti e turismo lento. Quando i territori lavorano insieme, il turismo non è più un passaggio ma un ritorno.
Parliamo di vino: ha cantine o itinerari del cuore?
Preferisco parlare di approccio, più che di indirizzi.
Le cantine che funzionano sono quelle che collegano vigneto, architettura, racconto tecnico e accoglienza.
Il vino è cultura materiale: va spiegato in modo professionale, non spettacolare.
Nel vino, cosa non funziona ancora?
La formazione discontinua.
L’enoturismo cresce, ma molti operatori mancano di competenze reali in accoglienza, vendita e degustazione.
Molte cantine non hanno un modello sostenibile di esperienze: tutto dipende dalla buona volontà di poche persone. Serve struttura.
Cosa fa di un vino un brand affermato?
La continuità.
Non solo marketing: identità, coerenza tecnica, relazione con il territorio, collaborazione con ristoratori e professionisti.
Un brand nasce quando chi lo crea mantiene la stessa cura in vigna, in cantina e nel racconto.
Il problema della formazione nel turismo enogastronomico: qual è la sua visione?
Il settore corre, ma la formazione non lo segue.
Servono percorsi brevi, pratici, operativi.
Le aziende devono poter formare personale stagionale, giovani e figure ibride.
Finché la formazione resterà teorica, il mercato non crescerà davvero.
Crisi climatica e instabilità dei mercati: abbiamo strumenti reali o solo resilienza?
Abbiamo strumenti tecnici, ma manca una cultura comune del rischio.
Il clima modifica tutto: acidità del latte, maturazione delle uve, resa delle olive, gestione dei pascoli.
Le aziende che reggono investono in agronomia, analisi e adattamento. Non è resilienza romantica: è gestione scientifica.
Perché non riusciamo a superare la stagionalità?
Perché vendiamo il territorio come immagine, non come cultura.
L’estate attira tutti, ma il valore vero è altrove: inverno per il latte, autunno per le fermentazioni, primavera per le fioriture.
La destagionalizzazione si fa educando ai cicli produttivi, non alle foto.
Overtourism e street food turistico: cosa non sta funzionando?
La perdita di senso.
Lo street food è cultura quando nasce da un territorio; diventa disturbo quando diventa commodity per masse.
Il problema non è il cibo da passeggio: è la mancanza di regole e visione nei centri storici.
Quali errori si commettono nella comunicazione dell’Italia rurale?
Tre ricorrono spesso:
– Folklore
– Nostalgia generica
– Estetizzazione della fatica agricola
Bisogna tornare alla verità del mestiere: tecnica, responsabilità, tempo. Questo rende un territorio credibile.
Le aziende agricole faticano a costruire una brand identity. Perché?
Perché producono tutto il giorno.
Fare branding richiede costanza e competenze.
Non è difficile: è un lavoro.
Quando le aziende sono accompagnate, il brand emerge naturalmente dalla loro identità produttiva. La difficoltà non è crearlo, ma mantenerlo.
I suoi luoghi del cuore?
Le malghe delle Alpi Venete, le colline del Prosecco, gli oliveti del Garda, le vigne eroiche del Friuli.
Luoghi dove il lavoro dell’uomo e la natura dialogano davvero.
Dopo il digitale, arriva l’intelligenza artificiale. Che rapporto vede tra prodotti, aziende e viaggiatori?
L’IA può fare molto: organizzare dati, semplificare processi, migliorare esperienze, formare operatori.
Ma non sostituirà mai la relazione umana con chi produce.
La tecnologia deve liberare tempo ai produttori, non allontanarli dal mestiere.
Abbiamo ancora bisogno degli influencer nel mondo del food?
Se portano competenza, sì.
Se portano intrattenimento fine a sé stesso, no.
L’agroalimentare ha bisogno di divulgatori, non di spettacolo. L’influenza utile è quella che educa.
Perché non riusciamo a creare sinergie efficaci tra turismo lento e aziende agricole?
Perché i territori lavorano ancora per compartimenti.
Il turismo lento funziona solo se produttori, operatori e promozione dialogano.
Bici e cammini possono diventare infrastruttura culturale, non solo sportiva.
Il viaggiatore è disposto a pagare esperienze autentiche, ma le aziende temono di farlo. Perché?
Perché non vogliono sembrare care.
Molti produttori sottovalutano il proprio valore.
Quando un’esperienza è costruita professionalmente, il prezzo diventa naturale: il viaggiatore paga competenza e tempo, non un semplice assaggio.
I suoi prossimi progetti e l’eredità che vuole lasciare.
I miei progetti hanno un’unica direzione: aiutare le aziende agroalimentari a diventare luoghi culturali.
Sto sviluppando quattro direttrici strategiche:
– Caseoturismo strutturato, con strumenti replicabili per caseifici e malghe.
– Oleoturismo tecnico e culturale, con un linguaggio nuovo e internazionale.
– Art & Food Division, dove arte e cibo ridefiniscono la percezione del Made in Italy.
– Terra & Taste®, viaggi enogastronomici a numero chiuso nei territori autentici.
L’eredità che vorrei lasciare è un’Italia che non nasconde il valore del lavoro agricolo, ma lo comunica con competenza e verità.
Un Paese in cui le imprese agroalimentari sono riconosciute come infrastrutture culturali.
Un turismo del gusto che non consuma i territori, ma li comprende.



